Dalla geologia dei Monti Iblei all’acustica della chiesa di San Leonardo, fino alle testimonianze archeologiche di Occhiolà. Nel chiostro della Biblioteca comunale “G. Giorlando”, il fisico e ricercatore Francesco Barletta ha presentato i risultati e le prospettive di un percorso scientifico che collega Grammichele alla ricerca internazionale.
La storia di Grammichele può essere letta anche attraverso le rocce, la propagazione del suono e gli studi degli scienziati che nei secoli hanno attraversato il territorio. È stato questo il filo conduttore dell’incontro “Quando la scienza racconta Grammichele”, tenuto sabato 11 luglio nel chiostro della Biblioteca comunale “G. Giorlando”.
Protagonista della conferenza il professor Francesco Barletta, fisico, ricercatore e docente presso il Centre matapédien d’études collégiales, in Québec. Nel corso della serata Barletta ha illustrato tre distinti filoni di ricerca: il vulcanismo antico dei Monti Iblei, l’acustica della chiesa di San Leonardo e il contributo dell’archeologo francese Georges Vallet alla conoscenza dell’antico insediamento di Occhiolà.
Una collaborazione nata sul territorio
L’iniziativa è stata promossa dalla sede locale di SiciliAntica e dall’associazione culturale Archetipo, con il patrocinio del Comune di Grammichele e la collaborazione della Biblioteca comunale.
Ad aprire l’incontro è stata Loredana Fragapane, presidente delle due associazioni, che ha ricordato il progetto realizzato nel maggio 2025, quando Barletta arrivò a Grammichele insieme a due docenti e a una delegazione internazionale composta da quindici studenti.
Una visita nata inizialmente con una diversa destinazione, ma che ha poi consentito di avviare misurazioni e attività di ricerca anche nel territorio grammichelese.
Nel suo intervento, il sindaco Pippo Greco ha sottolineato il ruolo delle associazioni culturali e del volontariato nella realizzazione di iniziative capaci di approfondire la conoscenza della storia locale. La conferenza è stata anche una delle prime attività ospitate nel chiostro della biblioteca dopo gli interventi che hanno reso nuovamente fruibile lo spazio.
Dolomieu e il vulcanismo dimenticato degli Iblei
La prima parte della relazione è stata dedicata a Déodat de Dolomieu, geologo e naturalista francese del Settecento, dal cui cognome derivano i nomi delle Dolomiti e della dolomia.
Dolomieu visitò la Sicilia nel 1781 e pubblicò nel 1784 una memoria sul vulcanismo del Val di Noto. Un testo di appena quindici pagine che, secondo Barletta, rappresenta una delle prime analisi scientifiche sistematiche dell’antica attività vulcanica dei Monti Iblei.
A differenza dell’Etna, immediatamente riconoscibile e ancora attivo, il vulcanismo ibleo ha origini molto più remote e può essere ricostruito soltanto attraverso le tracce rimaste nel paesaggio: rocce vulcaniche, calcari, antichi condotti magmatici e lave formatesi in ambiente marino.
Questa particolare storia geologica spiega anche l’alternanza tra materiali scuri di origine vulcanica e pietre sedimentarie più chiare, utilizzati in numerosi edifici e manufatti del territorio.
Le osservazioni nell’area di Marineo
Durante le sue ricerche, Barletta ha visitato anche la Piana di Marineo, nei pressi di Grammichele, confrontando il paesaggio attuale con le descrizioni contenute nella memoria di Dolomieu.
Il ricercatore ha riferito di avere individuato formazioni geologiche compatibili con quelle raccontate dal naturalista francese, comprese successioni di rocce calcaree e vulcaniche e strutture riconducibili alla risalita del magma attraverso fratture del terreno.
Secondo la ricostruzione proposta durante la conferenza, Dolomieu avrebbe attraversato Grammichele nel corso dei suoi spostamenti tra Militello, Vizzini, Caltagirone e gli altri centri del Val di Noto, probabilmente seguendo uno degli itinerari interni oggi associati alla Via Francigena Fabaria.
Barletta ha quindi proposto l’installazione di una targa commemorativa dedicata al passaggio dello scienziato, da realizzare possibilmente con materiali locali e con il coinvolgimento di artigiani o artisti del territorio.
Gli studi nella chiesa di San Leonardo
Il secondo asse della ricerca ha riguardato l’acustica architettonica. Nel 2025 Barletta e gli studenti canadesi hanno effettuato alcune misurazioni all’interno della chiesa di San Leonardo, edificio strettamente legato alla storia dell’antica Occhiolà.
Per analizzare il comportamento sonoro della chiesa sono stati utilizzati un altoparlante capace di diffondere il suono in più direzioni, un fonometro e strumenti laser per calcolare le dimensioni dell’edificio.
Il volume interno è stato stimato in circa 7.800 metri cubi. Le prove hanno restituito, alla frequenza di riferimento di mille hertz, un tempo di riverberazione vicino ai cinque secondi.
In termini pratici, significa che il suono permane a lungo nello spazio prima di attenuarsi. Una caratteristica che rende più difficile comprendere un discorso pronunciato velocemente, ma che favorisce la musica corale lenta, i canti gregoriani e le composizioni per organo.
«La chiesa privilegia l’effetto sonoro globale rispetto alla chiarezza della parola», ha spiegato Barletta. Il risultato è un ambiente immersivo, nel quale la musica acquista ampiezza e solennità, mentre conferenze e interventi parlati richiederebbero un ritmo particolarmente lento.
La proposta di recuperare l’organo
La presenza di un organo nella chiesa di San Leonardo appare quindi coerente con le caratteristiche acustiche rilevate. Lo strumento, tuttavia, non sarebbe attualmente funzionante.
Da qui la proposta avanzata dal ricercatore: valutarne il recupero e utilizzare la chiesa per attività musicali, percorsi formativi, concerti di musica sacra e iniziative dedicate al canto liturgico. L’acustica potrebbe così diventare anche uno strumento di valorizzazione culturale e turistica, aggiungendo una nuova chiave di lettura alla storia dell’edificio.
Tra le possibili attività future è stata indicata anche un’analisi sonora dell’area sacra ellenistica di Occhiolà. Le misurazioni acustiche, ha precisato Barletta, non richiedono scavi o prelievi e possono quindi essere svolte senza intervenire fisicamente sui reperti.
Georges Vallet e l’importanza archeologica di Occhiolà
La parte conclusiva della conferenza è stata dedicata a Georges Vallet, archeologo francese vissuto tra il 1922 e il 1994, membro dell’École française de Rome e studioso della colonizzazione greca nell’Italia meridionale.
Barletta ha ricostruito il contributo dello studioso alla conoscenza del sito archeologico di Terravecchia e delle comunità che abitarono l’area prima e durante la presenza greca.
L’interesse di Vallet non era rivolto soltanto alla colonizzazione ellenica, ma anche ai rapporti tra le popolazioni autoctone sicule e i nuovi insediamenti greci: scambi culturali, trasformazioni linguistiche e convivenza tra tradizioni differenti.
Secondo quanto illustrato durante l’incontro, Vallet considerava il territorio di Grammichele uno dei luoghi più significativi dell’area dei Monti Erei per studiare questa fase di contatto tra culture.
Tra le testimonianze ricordate figura anche un’iscrizione sicula di età ellenistica proveniente dal territorio grammichelese e oggi conservata al Museo archeologico regionale “Paolo Orsi” di Siracusa.
«Occhiolà non ha nulla da invidiare agli altri siti siciliani»
Dopo avere visitato nuovamente il parco archeologico, Barletta ha evidenziato le potenzialità scientifiche e culturali del sito, accostandolo per interesse ad aree più conosciute come Morgantina e Akrai.
Il ricercatore ha però richiamato l’attenzione sulla necessità di proteggere il patrimonio dagli incendi, dalla vegetazione secca e da eventuali atti vandalici. Il calore, infatti, può danneggiare anche le strutture in pietra, provocando fratture e distacchi. Accanto alla manutenzione, Barletta ha suggerito di aumentare le iniziative culturali, le visite, i seminari e le collaborazioni con università e associazioni, facendo del parco un luogo stabile di ricerca e divulgazione.
La scienza come strumento di memoria
Dalle rocce osservate da Dolomieu all’acustica di San Leonardo, fino alle ricerche archeologiche di Georges Vallet, la conferenza ha mostrato come discipline apparentemente lontane possano contribuire alla conoscenza di uno stesso territorio.
Non soltanto un racconto del passato, dunque, ma una serie di proposte concrete: una targa dedicata a Dolomieu, il recupero dell’organo, nuovi studi acustici, una maggiore protezione di Occhiolà e la produzione di materiale divulgativo anche in lingua straniera.
Un percorso nel quale Grammichele non è stata presentata soltanto come oggetto di studio, ma come possibile laboratorio nel quale ricerca scientifica, memoria locale e valorizzazione culturale possono incontrarsi.




